Archivio Giudiziaria
Operazione Gioco d’Azzardo: la Procura di Lecco chiede il rinvio a giudizio per 5 funzionari della Dia di Messina.
LO scorso febbraio era arrivata l’archiviazione per gli ultimi 22 imputati della inchiesta Gioco d’azzardo. Adesso, sette mesi dopo, arriva la richiesta di rinvio a giudizio per 5 funzionari della Dia che con le loro indagini avevano fatto scattare la maxiretata eccellente che aveva portato alla luce una, oggi possiamo dire presunta, organizzazione mafiosa, un traffico d’armi e riciclaggio di denaro sporco. Fosse il gioco guardie e ladri, dunque, per uno strano caso del destino, la Magistratura premia i “ladri” e accusa le “guardie”. Ma questo non è un gioco. La Procura di Lecco ha chiesto il rinvio a giudizio per Santo Davì, Michele Puzzo, Francesco Miroddi, Gerolamo Broccio e Aldo Fusco, tutti appartenenti alla Dia. Chiesto il rinvio a giudizio anche per il consulente del pm di R.C, Francesco Neri, che nell’inchiesta madre rappresentava l’accusa, Giovanni Pirinoli. Richiesta d’archiviazione, invece, per Carmelo Furnari, consulente del Gip della Procura di Reggio calabria, Anna maria Arena. L’accusa nei confronti dei primi 5 è di falso e calunnia. L’operazione Gioco d’azzardo era scattata nel maggio 2005, su indagini della Dia, coordinate dalla procura reggina. Erano rimasti coinvolti politici, imprenditori e giudici messinesi. Sette mesi dopo quel colpaccio al malaffare, almeno così pareva, la trascrizione di una cassetta, effettuata dagli odierni rinviati a giudizio, incastra tre degli indagati doc: l’imprenditore Salvatore Siracusano, l’avvocato Letterio Arena ed il giudice Giuseppe Savoca. Dalla trascrizione era saltato fuori che i tre avevano discusso, in un bar del centro cittadino, le fasi del delitto di Matteo Bottari. Come sapessero chi erano mandanti ed esecutori. Nulla di vero, stabilirono tre perizie: quella del consulente nominato dalla Procura di Reggio Calabria, in corso di processo della Gioco d’azzardo, e quelle successive dei consulenti d’ufficio nominati dalle Procure di Catanzaro e Lecco nel corso del procedimento a carico dei funzionari Dia. Tutte avevano riportato diversa trascrizione da quella prima, oggetto del nuovo troncone di inchiesta, effettuata a Merate, provincia di Lecco. Tutte eliminavano l’ipotesi della Dia, quella che ipotizzava che Savoca, Siracusano e Arena avessero discusso particolari dell’omicidio di Matteo Bottari, il gastroenterologo assassinato a colpi di lupara nel 98, delitto sul quale ancora oggi non è stata fatta luce. Oggi per i 5 trascrittori arriva la richiesta di rinvia a giudizio.
3 Settembre 2010
Massoneria e Messina. Le parole di Guido Lo Forte

Vivere come gli struzzi, con la testa insabbiata ad evitare guai ed a far finta che attorno non succede nulla. Non è compito di questa emittente difendere il Dottor Giuseppe Pecoraro, se lo riterrà opportuno potrà farlo da solo. Neanche quello di chiedere di fare nomi e cognomi. Ci sono luoghi deputati per farlo qualora la magistratura lo dovesse ritenere opportuno. Ma fare come se non fosse così è inaccettabile per vari motivi. Quello che maggiormente spinge a rileggere la storia passata e presente di questa città è l’intervista rilasciata lo scorso maggio dal Procuratore Guido Lo Forte al Sole 24 ore. Le sue parole vanno ben oltre quelle di Pecoraro e dell’Arcivescovo La Piana e sono dette dopo una attenta lettura delle carte depositate in procura. Lì ci sono nomi e cognomi ma soprattutto c’è la fotografia di quanto avviene in città ed in Provincia e che Guido Lo forte descrive con queste parole: “A Messina comanda la zona grigia, perchè non sono state recise le collusioni e resta il ruolo della massoneria coperta. Sappiamo che la presenza della massoneria è diffusa, ma ancor più grave è quella deviata, coperta, caratterizzata dall’infiltrazione di esponenti mafiosi che cercano rapporti di scambio con esponenti delle istituzioni e del mondo imprenditoriale. A Messina l’economia legale non riesce a resistere a quella illegale, e la Città è comandata da un’area grigia costituita da elementi che stabiliscono tra loro varie forme di contiguità in molti segmenti delle professioni, dall’economia alle istituzioni”. Se c’è qualcuno delle istituzioni che si scandalizza per queste parole o per non avere incontrato Lo Forte, rifletta pure sul fatto che a messina chi arriva da fuori e si insedia in città ha questa immagine che, nel caso di Lo Forte, è più di una impressione. Conclude così il procuratore nella sua intervista: “ Questo cono d’ombra ha permesso alla mafia tirrenica di assumere struttura e metodi operativi del tutto omologhi a quelli di ‘Cosa Nostra’ palermitana, nonchè un controllo virtualmente totalizzante dell’economia, e alla criminalità organizzata messinese di realizzare un salto di qualità dalla fase primaria alla fase ulteriore del riciclaggio e dell’imprenditoria mafiosa, capace di realizzare, con l’intimidazione, forme di monopolio di importanti settori economici e di alterazione delle regole di mercato”. Non stupisca quindi che ad un certo punto tre importanti sostituti procuratori della repubblica vengano promossi e trasferiti con tanti fascicoli rimasti per lungo tempo senza una guida.
3 Settembre 2010
Lite al Policlinico: sospeso anche il primario del reparto di ginecologia, Domenico Granese.
Arriva la sospensione anche per il primario del reparto di ginecologia, Domenico Granese. La direzione generale del Policlinico ha scelto la linea dura, e dopo i due medici in lite decide lo stop anche per il primario. E sul versante giudiziario c’è un avviso di garanzia per tutti. Da chi ha litigato per l’arbitrio di una scelta che competeva al medico di turno al Policlinico, al borsista titolare di un megastudio privato, pare invasore di campo, al primario di ginecologia che avrebbe tardato a intervenire tra i due contendenti, ai due ginecologi che hanno effettuato il parto cesareo su Laura Salpietro. Tutti indagati, secondo le regole di un’inchiesta della magistratura che deve, in prima battuta valutare la specifica posizione di tutte le parti intervenute nella vicenda che ha sconvolto l’Italia per un caso impropriamente definito di malasanità ( sin qui non esistono elementi probatori a supporto di questa tesi) quando sarebbe più pertinente definirlo di mala…educazione. Almeno sin qui. Laura Salpietro, è la giovane partoriente divenuta “oggetto” del contendere dei due medici. Colei che- a detta del marito, firmatario della denuncia in Procura - per quella lite pre-parto avrebbe subìto l’asportazione dell’utero, ed il bimbo venuto alla luce due arresti cardiaci con probabili conseguenze cerebrali. Nesso di casualità, quello preso in ipotesi dal magistrato che ha aperto l’inchiesta, smentito dal primario del reparto, Domenico Granese, che ha dichiarato che quanto accaduto successivamente alla partoriente ed al nascituro sarebbe comunque avvenuto, a prescindere dall’inconcepibile comportamento dei due medici venuti alle mani, comunque sospesi a seguito di provvedimento interno dell’azienda universitaria. Ma se nesso esiste o meno saranno gli accertamenti disposti dalla Procura a stabilirlo. Intanto, questa mattina, i carabinieri della Compagnia Messina Sud hanno ultimato l’acquisizione della documentazione relativa alla degenza della signora Salpietro. Al momento, i medici indagati sono Antonio De Vivo e Vincenzo Benedetto, i due in lite, Domenico Granese, il primario del reparto, Vittorio Palamara e Alfredo Mancuso, i due ginecologi che hanno effettuato il cesareo sulla paziente.
30 Agosto 2010
Morte neonato: su 4 pagine di denuncia l’agonia di un bimbo di 7 mesi

“Noi sottoscritti Caramella Nicola e Notini Annamaria” comincia così la cronaca di un incubo, un incubo riportato nero sui bianco su quattro pagine di una denuncia finita sulla scrivania del sostituto procuratore Francesca Ciranna. Ma se gli incubi si concludono con il risveglio, questo non finirà mai per Nicola e Annamaria Caramella, padre e madre di Riccardo Alberto, il piccolo di appena sette mesi morto dopo 5 giorni di degenza ospedaliera , per una invaginazione intestinale, termine clinico per definire una ritorsione dell’intestino, patologia che, a detta dei genitori, non sarebbe stata riconosciuta nell’immediatezza del ricovero dai sanitari che lo hanno avuto in cura. Riccardo Alberto era un “bambino allegro, vivace e sano- scrive papà Nicola- periodicamente sottoposto a controlli pediatrici dal medico di base, non aveva mai avuto problemi di salute. Sino al 19 agosto scorso, quando si sveglia urlando e torcendosi”. E’ da questo punto che comincia l’incubo della famiglia Caramella. IL trasporto del piccolo all’ospedale Piemonte, il ricovero e i 5 giorni di una sofferenza finita con la sua morte. Passo dopo passo la denuncia ripercorre l’intero iter ospedaliero. L’ingresso di Riccardo Alberto al reparto di pediatria del nosocomio cittadino, insieme alla mamma, la visita alle orecchie, alla gola, e il prelievo di sangue. Gli applicano flebo ma lui continua a peggiorare, vomita, si torce, e lo fa anche il giorno dopo, venerdi 20, giorno in cui- si legge sulla denuncia- a parte un intregratore somministratogli per via orale, non viene effettuata alcuna indagine clinica sul piccolo paziente. L’intervento dei medici- dice il padre- è consistito soltanto nella somministrazione di gocce per le orecchie e, probabilmente, anche di antidolorifici, visto il persistere del pianto da parte del bambino. Sabato 21 Riccardo Alberto continua a manifestare dolori addominali, si torce, vomita, non ha alcuna attività intestinale, viene stimolato con microglismi ma il liquido viene espulso con altro liquido nero. Nuova flebo. Il giorno dopo la situazione non migliora, Riccardo Alberto ha ancora la febbre, non mangia da giorni. IL giorno dopo il suo stomaco è così gonfio che i medici decidono di introdurgli un sondino per far uscire l’aria, Lo sottopongono ad ecografia e questa rivela l’invaginazione intestinale. Il piccolo viene trasportato d’urgenza al Policlinico, qui le radiografie confermano la diagnosi del Piemonte ma anche la perforazione dell’intestino. Occorreva l’immediato ricovero in Terapia Intensiva. E qui che la denuncia dei genitori si sofferma su un particolare agghiacciante: “ restavo con mio figlio in braccio per 15 minuti in attesa dell’ambulanza che non arrivava mai- scrive Nicola Caramella- - lo vedevo sempre più fiacco, ho deciso di effettuare da solo il trasporto al reparto di Terapia Intensiva, con la mia auto”. Giunti a destinazione, papà Nicola consegna il figlio ai medici che decidono per l’intervento chirurgico. Rimane l’attesa di una sala operatoria libera , lo strazio di un padre e una madre che hanno notizie frammentarie, che vedono il confabulare dei medici ma non capiscono. Alle 15 di quello stesso giorno, il 23 agosto, un pediatra comunica a quei genitori che Riccardo Alberto non c’era più.
Nicola e Annamaria vogliono capire perché. Perché per 4 giorni non sia stata effettuata alcuna indagini clinica sul loro bambino. Rappresentati dall’avvocato Carmelo Raspaolo hanno denunciato i fatti in Procura. Ieri il sequestro della cartella clinica da parte della sezione di P.G della Polizia, indagini dirette dal sostituto commissario Diego Cutaia. Già questa mattina si è svolta l’autopsia sul corpo di Riccardo Alberto, alla presenza dei medici legali nominati dal Pm Ciranna, Giuseppe Ragazzi e Pietro Rinella, di quello di parte, Mario Previtera . L’esame avrebbe stabilito una invaginazione necrotica e la perforazione dell’intestino. Al momento non ci sono indagati: non sono ancora stati identificati tutti coloro, medici e paramedici, che hanno seguito il bambino nel corso della degenza
26 Agosto 2010
Presunta malasanità, vittima un bimbo di 7 mesi

Ha appena 7 mesi l'ultima vittima di un presunto caso di malasanità avvenuto a Messina. I genitori di A.C.R. hanno presentato questa mattina un esposto denuncia in Procura perchè vogliono far luce sulla morte del loro figlioletto, 7 mesi, morto al Policlinico dopo lunghe sofferenze iniziate lo scorso 19 agosto quando, vedendo che il bambino accusava forti dolori e piangeva, i genitori lo hanno accompagnato all'ospedale Piemonte. Lì i sanitari gli hanno diagnosticato un'infezione virale e lo hanno curato con antibiotici. Peggiorando le condizioni del piccolo, si legge sulla denuncia, il bambino sarebbe stato sottoposto ad ecografia, ed il responso sarebbe stato:invaginazione intestinale. Immediato il trasporto al Policlinico del piccolo paziente, laddove l'esame radiologico cui viene sottoposto conferma la diagnosi dei medici del Piemonte, ma rivela anche una lacerazione intestinale, secondo i familiari effetto di un sondino che era stato posto al bambino al Piemonte.Le sue condizioni si aggravano sempre più, arriva anche a vomitare sangue, il bambino viene intubato ed operato d'urgenza. Muore in sala operatoria. Questa mattina i genitori, accompagnati dal loro legale di fiducia, avvocato Carmelo Raspaolo, hanno inoltrato denuncia alla Procura della Repubblica. Il sostituto procuratore Francesca Ciranna ha aperto un'inchiesta e già domattina conferirà incarico di eseguire l'autopsia sul corpo del piccolo. Indagini affidate alla sezione di P.G. della Polizia di Stato.
25 Agosto 2010
Operazione Bongo: le richieste del PM

Il Pm Fabrizio Monaco ha chiesto un totale di 31 anni e mezzo di carcere ed un’assoluzione, oggi, ai giudici della seconda sezione del Tribunale, per i sei imputati del processo scaturito dalla operazione Bongo. L’Accusa ha chiesto la condanna a 10 anni di reclusione per Mariangela Maiuri, a sei anni e 8 mesi per Antonio Malemi e Antonio Mufalli; a sei anni per Orazio Munafò; a due anni per Agostino Alberto. Chiesta l’assoluzione per Carmelo Russo. L’operazione Bongo era scattata con 17 arresti nel gennaio 2007. La retata dei carabinieri aveva smantellato due organizzazioni criminali attive nello spaccio di sostanze stupefacenti. Operavano a Messina e nella fascia tirrenica in particolare Milazzo, Venetico e Roccavaldina. Il gruppo criminale cittadino aveva come base il rione Gravitelli: spacciava nella zona del centro. La droga arrivava soprattutto dal nord Italia e in particolare da Brescia: si trattava di marijuana, hashish, cocaina e eroina. Oggi le richieste per sei degli imputati che hanno scelto il rito ordinario. A novembre la sentenza.
6 Luglio 2010
Funzionario di banca condonnato per abusi sessuali

Un funzionario di banca accusato di aver abusato della figlia della sua convivente, maggiorenne all'epoca dei fatti, nel 2003, è stato condannato dal giudici della seconda sezione del tribunale a 6 anni e 3 mesi di reclusione per violenza sessuale, lesioni e maltrattamenti. L'uomo, secondo l'accusa, picchiava la ragazza ripetutamente fino a provocarle lesioni e spesso, poi, abusava di lei. Le indagini della Polizia sono scattate grazie alle denuncie della giovane. Per il professionista il Pm Fabrizio Monaco aveva chiesto la condanna a 4 anni. Ad assistere la ragazza l'avvocato Nunzio Rosso mentre l'imputato era assistito dall'avvocato Giambattista Freni.
1 Luglio 2010
Assoluzione per un pregiudicato accusato di violenze sessuali seriali.
Rocco Galluzzo Albanese, 60 anni, è stato ancora una volta a giudizio davanti ai Giudici della Seconda Sezione del Tribunale. Sul capo del pluricondannato, oggi, l’ennesima accusa di violenza sessuale. Per lui il Pm Fabrizio Monaco aveva chiesto una condanna a 5 anni e mezzo di reclusione. E’ stato assolto. L’episodio relativo a questo ennesimo procedimento penale nei suoi confronti scaturiva da una vicenda avvenuta nel 2007, quando Galluzzo Albanese, incrociando in strada, sul viale Europa, una ragazza, l’ha bloccata e, incurante delle urla della giovane donna, l’ha palpeggiata nelle parti intime. Questo episodio rientra nelle abitudini di vita di Rocco Galluzzo Albanese. Per lui l’approccio con il prossimo, qualunque sia il sesso di appartenenza, pare essere proprio di tipo sessuale. Già nel 2005 fu condannato a 6 anni di carcere per aver aggredito, nel 2000, una ragazza di 14 anni. La giovane, residente in viale Regina Elena, fu letteralmente presa d’assedio dall’uomo. La prima volta che lo vide, mentre era scesa in strada per disfarsi di un sacco dei rifiuti, fu nell’androne del portone di casa. Lo sconosciuto, dopo averla bloccata, si era abbassato i pantaloni e si era strofinato su di lei. Fuggì all’arrivo di alcune persone ma tornò addirittura a bussare alla porta di casa . Si mostrò nudo alla madre della ragazzina. Seguiva la sua preda quando usciva. Insomma un incubo che si concluse con la condanna a 6 anni di carcere per Rocco Galluzzo Albanese. Sempre lui, nel 99, tentò di rapire un 12enne che era appena uscito da scuola, la media Mazzini di corso Cavour. Si scoprì che dietro quel tentativo di rapimento c’era un giro di pedopornografia.
L’uomo fu condannato ad 8 anni di reclusione. Oggi, nuovo processo per nuovo caso di violenza sessuale e, a sorpresa, l’assoluzione ( incongruenze nel racconto della vittima) per l’uomo che non riesce…. a guardare senza toccare.
29 Giugno 2010
Assemblea di magistrati ed avvocati contro la Finanziaria

Assemblea congiunta in Tribunale, alle 12 di questa mattina, di magistrati, avvocati e amministrativi. Tutti componenti del “Patto per la Giustizia”, associazione che riunisce le tre categorie che operano all’interno del sistema giudiziario. La manifestazione, che ha preso il via dopo lo stop alle udienze, si è svolta nell’aula magna della corte d’Appello. Il presidente di Anm , Associazione Nazionale Magistrati, sezione di Messina, Marina Moleti, nel suo intervento ha sottolineato la coralità della protesta dovuta alla gravità dello stato della Giustizia nel paese ( reso ancor più grave dai tagli operati dalla Finanziaria). La Moleti, poi, si è soffermata sulle problematiche locali, ha parlato dei disagi logistici e delle condizioni di lavoro cui sono costretti gli operatori del distretto di Messina. Occorrono interventi strutturali- ha detto il magistrato- che non possono più ulteriormente essere evitati.
17 Giugno 2010
Inchiesta su false lauree, perquisita anche l'Università di Messina

C’è anche l’università di Messina tra quelle finite nel calderone di un’inchiesta della procura calabrese. I carabinieri della compagnia di Vibo Valentia, stamani, hanno eseguito perquisizioni a tappeto in 15 atenei italiani: quelli di Roma, Alatri, Gaeta, Latina, Pollica, Fondi, Corleone, Agropoli, Limbiate, Bari e Messina. . Dieci avvisi di garanzia sono stati notificati ai componenti di un'organizzazione dedita alla produzione ed alla vendita di lauree false. Tra i destinatari degli avvisi, in cui si ipotizzano, a vario titolo, i reati di associazione a delinquere, truffa, falsità materiale ed ideologica commessa dal pubblico ufficiale ed esercizio abusivo di professione, figura anche il genero di Totò Riina, Antonino Ciavarello. Secondo l’accusa, su idea di un imprenditore romano che ha sfruttato un vasto giro di conoscenze ed amicizie, è stata creata una organizzazione cui si rivolgeva chi volesse un certificato di laurea contraffatto. In base alla difficoltà di reperimento ed al tipo di abilitazione richiesta, il certificato aveva prezzo variabile. Ogni settimana, da ogni parte d'Italia, al gruppo arrivavano richieste di abilitazioni e lauree. Negli atenei gli investigatori hanno acquisito documentazione definita "interessante" in merito ad alcune convenzioni stipulate tra le stesse università e la Moldavia, per il riconoscimento delle lauree conseguite all'estero. Chi si rivolgeva al gruppo indagato otteneva documenti necessari ad esercitare professioni di ogni tipo, in qualche caso con la convalida di laurea conseguita nell’ est Europa, in altri senza averne il titolo. L'inchiesta della Procura di Vibo ha preso il via dopo la scoperta, nell'ottobre del 2009, a San Costantino, nel vibonese, di una vera e propria stamperia di falsi certificati di laurea.
10 Giugno 2010
Abusi e maltrattamenti su minori, condannata coppia di conviventi

Sei anni di reclusione per l’orco e la sua convivente. I giudici della prima sezione del Tribunale hanno emesso la sentenza al termine di una lunga seduta consiliare, eri nella tarda serata, ed hanno condannato la coppia di conviventi che per anni, su quattro bambini, figli della donna, ha infierito con ogni abuso: fisico, psichico, sessuale. Nelle grinfie dell’orco ce li aveva messi la mamma. Lei aveva scelto di mettersi in casa quell’uomo che, prima nei confronti della prima figlia, oggi maggiorenne, poi con i restanti tre, due maschi ed una femminuccia, tutti sotto i dieci anni, sino al 2006, aveva esercitato il potere dell’orco. Li pestava selvaggiamente, li terrorizzava e, peggio, li tastava, palpeggiava nelle parti intime. La più piccola era stata più volte sottratta alle grinfie di quel quasi papà dalla sorella maggiore. Lei che già in passato aveva dovuto subire le sporche attenzioni dell’uomo, vegliava sulla sorellina. Ma anche i due fratellini erano “toccati” dal compagno della mamma, e li toccava in presenza della madre. Lei fingeva di niente. A lei, si legge nell’ordinanza che nel 2006 aveva determinato l’arresto dei due, bastava che i figli svolgessero le mansioni di casa: tre bambini dovevano lavare, cucinare, fare la spesa al posto suo. E se sbagliavano, giù, urla, botte e via da casa: sbattuti via, in piena notte, sul pianerottolo. L’incubo per le piccole vittime si è conclsuco grazie alla segnalazione di una educatrice, una cui la bambina, tra singhiozzi e frasi smozzicate, aveva raccontato quegli anni fatti di violenze. Lo ha ripetuto davanti a psicologi, investigatori e giudici quel racconto. Lei e suoi fratelli. Adesso la condanna: sei anni per l’orco e la sua convivente. E il Pm aveva chiesto sette anni di carcere. Sono stati difesi dall’avvocato Nino Cacìa.
9 Giugno 2010
Condannato a 15 anni il boss Mulè: imponeva il pizzo a un commerciante

I giudici della seconda sezione del Tribunale hanno inflitto 15 anni di reclusione al boss di giostra Giuseppe Mulè, tre anni e mezzo al suo fedelissimo, Antonino La Rubina. Assolti, invece, Santino e Carmelo La Rubina, Santo La Maestra e Antonino Romano. Tutti erano accusati di estorsione e minacce ai danni del commerciante di corredi, Bellamacina, cui nel 1993 venne imposto il pagamento di un pizzo da un milione di lire. Alle resistenze della vittima, secondo l’accusa, cominciarono le telefonate minacciose: l’incendio del negozio se non avesse scucito i soldi. Oggi la condanna per Mulè e Antonino La Rubina, rispettivamente 15 e 3 anni e sei mesi, contro i 9 ed i 3 anni richiesti dal pm Fabio D’anna. Assoluzione per i restanti quattro coimputati per i quali l’accusa aveva chiesto un totale di 15 anni di reclusione. Hanno difeso gli avvocati Nunzio Rosso, Sandro Billè, Salvatore Silvestro, Giambattista Freni e Francesco Traclò
1 Giugno 2010
Omicidio Campagna: Torna in carcere Alberti. “Illegale” dichiara l’avvocato Scordo.

L’avvocato Antonello Scordo, legale di Gerlando Alberti Junior, da ieri in carcere su provvedimento emesso dal procuratore generale Franco Cassata, ha già inoltrato ricorso alla Procura Generale ed alla Corte d’Assise d’Appello perchè venga revocato il provvedimento. Una storia infinita, anzi un processo infinito, quello che vede come imputato Gerlando Alberti, per i giudici della Corte d’Assise, per quelli della Corte d’Appello, autore dell’omicidio di Graziella Campagna la stiratrice di Saponara assassinata a colpi di lupara nel dicembre 85. Alberti fu condannato all’ergastolo, con il complice Giovanni Sutera, in entrambi i due gradi di giudizio. Un carcere a vita, il suo, interrotto da una sentenza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, che accogliendo l’istanza del difensore di Alberti, avvocato Antonello Scordo, 25 anni esatti dopo la morte di Graziella Campagna, lo scorso dicembre concedeva gli arresti domiciliari al boss palermitano. Per motivi di salute. La notizia sollevò un polverone: troppo attesa la condanna per quello che due sentenze avevano giudicato autore del barbaro omicidio di una ragazza di 17 anni. Fu lo stesso Procuratore Generale di Bologna a rivolgersi alla Cassazione è perchè annullasse la decisione. A sostegno dell’impugnazione il fatto che, nonostante la corposa documentazione medica fornita dal difensore, sul detenuto non fosse stata effettuata alcuna perizia che supportasse la necessità degli arresti domiciliari per Alberti. La Suprema Corte aveva annullato la sentenza dei giudici di Sorveglianza bolognesi ma con rinvio agli stessi per una nuova valutazione del caso in esame. Nel frattempo, il boss attendeva a casa la decisione. Ieri, a sorpresa, il provvedimento del Pg Franco Cassata che riporta in carcere Gerlando Alberti.
“Irregolare!- ha detto l’avvocato Scordo- la decisione sul luogo di detenzione del mio assistito spetta solo al Tribunale di Sorveglianza di Bologna” . Il legale ha già inoltrato istanza di revoca alla stessa Procura Generale ed alla Corte d’Assise d’Appello.
28 Maggio 2010
Fallimento Fc Messina: il gup nomina un perito

Ancora una comparizione, davanti al gup Daria Orlando, per la Mondo Messina Service srl. La società inquisita nell’ambito dell’inchiesta, avviata dai sostituti procuratori Fabrizio Monaco e Vito di Giorgio,scaturita dal fallimento dell’Fc Messina calcio. Questa mattina il Gup ha conferito incarico ad un commercialista catanese, Placido Consoli, di accertare, così come sostenuto dalla difesa, rappresentata dall’avvocato Bonni Candido, che le modalità di appostazione dell’importo di due milioni e mezzo di euro versati dalla società a titolo di deposito cauzionale fossero regolari. La Mondo Messina Service gestiva il marchio ed il marketing della società giallorossa. E’ accusata di falso in bilancio. Il 7 ottobre prossimo, il gup Orlando valuterà la perizia presentata dal consulente catanese. Alla stessa data dovranno essere giudicati i fratelli Pietro e Vincenzo Franza, rispettivamente ex presidente ed ex vicepresidente della fc messina, Domenico Santamaura, presidente del collegio sindacale del club, Carmelo Cutria e Stefano Galletti, componenti il collegio sindacale, e Francesco Cambria, presidente del Cda della Cofimer Spa. Le accuse, a vario titolo, sono di bancarotta fraudolenta, distrazione di fondi e false comunicazioni sociali. Secondo la magistratura, i fratelli Franza avrebbero inserito nel bilancio del 2005 dati falsi tra le componenti positive di reddito, tra i quali un contributo in denaro versato dalla Lega Calcio per 5 milioni, occultando così perdite per 2,5 milioni.
27 Maggio 2010
Operazione Ponente. L’imprenditore vittima di pressioni che arrivavano dall’alto
Ettore Crisafulli, l’imprenditore palermitano titolare della Encla Infrastrutture, che con le sue denunce ha dato il via alla operazione Ponente, nel maggio 2009 dichiarava alle Autorità, di avere subìto, oltre le richieste di pizzo, anche pressioni da parte di imprenditori esclusi dalla gara d’appalto che si era aggiudicata: quella dei lavori di riqualificazione della riviera di ponente di Milazzo. Disse che un funzionario del Comune gli comunicò che una delle imprese dell’Ati battuta, che aveva proposto un’offerta inferiore a quella dell’ Encla, era pronta a ricorrere al Tar per far valere le sue ragioni. Qualche giorno dopo un fornitore di materiale edile, gli propose un accordo con gli imprenditori esclusi: nessun ricorso, anzi, una cospicua somma di denaro, in cambio dell’affidamento, occulto, dei lavori all’Ati. L’Encla restava, sulla carta, la ditta aggiudicataria, ma solo formalmente. Il grosso dell’appalto avrebbe dovuto riempire altre tasche. Crisafulli disse no e, a suo dire, da quel rifiuto scaturirono controlli serrati nel cantiere, da parte di funzionari comunali, sulla conformità del materiale utilizzato, sulla perfetta esecuzione e verifica degli stadi di avanzamento dei lavori. Di più, Crisafulli ha denunciato anche il no dell’Amministrazione comunale al pagamento dell’anticipo economico. Motivo? Gli dissero che l’appalto non era coperto da fondi europei. Per Crisafulli quella era la vendetta al suo non aver ceduto a chi lo voleva fuori dai lavori. Solo un nome sulla carta. Un Comune sotto accusa, dunque, quello di Milazzo. Un comune che per sei associazioni antimafia, raggruppate in quella denominata “Rita Atria libera Milazzo-Barcellona, avrebbe bisogno di una rinuncia eccellente. Per il presidio antimafia, infatti, ce n’è abbastanza perchè il sindaco di Milazzo, Lorenzo Italiano, si ritiri dalle imminenti competizioni elettorali. La recente indagine che lo vede accusato di tentata concussione nell’ambito della operazione Ponente, per le associazioni riunite contro il crimine della fascia tirrenica messinese, per quanto ancora alle prime battute, non sarebbe che un’altra pagina da aggiungere al già corposo libro delle pendenze giudiziarie a carico del primo cittadino di Milazzo. Italiano, lo scorso gennaio, era stato rinviato a giudizio per turbativa d’asta, sentenza basata sulle accuse del comandante del corpo municipale mamertino che sosteneva di avere ricevuto pressioni dal sindaco perché affidasse la fornitura dei bollettari delle contravvenzioni alla ditta “Creativa” di Milazzo. Oggi nuove accuse, che il primo cittadino ha vigorosamente smentito con un dettagliato comunicato stampa. Intanto sul suo capo è ancora pendente la scure della magistratura: il pm Antonino Nastasi deciderà di ricorrere al Tribunale del Riesame per avere accolta la richiesta di custodia cautelare avanzata nei confronti di Italiano e del giornalista Rino Piccione?
20 Maggio 2010